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SPORT
23 giugno 2010
Henry va all'Eliseo
Il Cannocchiale promuove la campagna "Un Gol per l’Africa"

Dal Sudafrica all’Eliseo

Ci vuol poco, a finire sul banco degli imputati: sono ore difficili per Raymond Domenech (ex?) ct della Francia, prima vittima illustre di Sudafrica 2010. Con la nazionale francese, ha collezionato buoni risultati e infinite polemiche: chi non ricorda la difficile convivenza con Trezeguet, uno che bene o male, presto o tardi, l’ha sempre buttata dentro? Prima della sconfitta decisiva, Zinedine Zidane, difendendosi dalle accuse di ingerenza negli affari dei bleus, aveva puntualizzato: «Non scherziamo, con il ct io non ho mai avuto problemi, ma nemmeno un buon rapporto. Ho sempre rispettato il suo ruolo, io ero nella sua barca, nel 2006 ero il capitano». E sugli insulti rivolti all’allenatore da Anelka: «Queste cose non dovrebbero mai uscire dallo spogliatoio, al tempo stesso non si può scusare Anelka per quello che ha detto o fatto, nessuno può difenderlo».
Poi, l’epilogo della triste avventura di Evra e soci: si va a casa - senza più pensare o forse sì - ma per tanti "galletti" che vanno in vacanza, Thierry Henry va a lavare i panni sporchi all'Eliseo. Avete capito bene. Cannavaro e Napolitano si tengano pronti, manovra e bavaglio per una mattina siano messi da parte.

Henry ha richiesto l’incontro per dire la sua su Sudafrica 2010, senza contraddittorio e – si presume – a porte chiuse. Dedicato a chi crede che sport e politica non c’entrino nulla, anzi. Forse Sarkozy immaginava di fare un pieno di popolarità – che gli sarebbe assai utile - grazie alla Nazionale: adesso magari prenda in considerazione l’ipotesi di acquistare le quote di un club competitivo, in patria e fuori, Si rivolga al suo omologo italiano, per saperne di più su costi e benefici.

Post scriptum. Dato che per un po’ non ne sentiremo parlare – almeno è questo l’auspicio di molti da Parigi a Marsiglia – piaccia sapere che Domenech è sempre stato un appassionato di astrologia (di qui il suo rapporto difficile con giocatori di segno ‘contrario’, soprattutto Scorpione). È stato anche un calciatore, ma anche un discreto attore in gioventù: buon interprete di Ionesco (ehm).

Ma il Mondiale no

C’era uno che i mondiali li aveva visti tutti: si chiamava Gianni Brera, di professione scrittore, uno che a tempo perso faceva il giornalista che, nel suo piccolo, ha inventato non solo il genere ‘sportivo’ ma un sacco di altre cose, a cominciare dal linguaggio con cui raccontare una partita, per finire ai ‘personaggi’ migliori che il calcio italiano abbia mai avuto. Rivera, Herrera, Rocco non sarebbero stati gli stessi senza Brera e neanche l’Inter di Angelo Moratti e dei Facchetti, Mazzola, Suarez sarebbe stata ‘quella’: un bel pezzo di storia in meno, come si vede. Forse una concezione un po’ milanocentrica – Brera viveva e lavorava nella "capitale morale" del tempo – con la dovuta attenzione a quel che accadeva sotto la Mole, con la Juventus (sempre) e il gran bel Toro degli anni Settanta: tutto il calcio che contava, insomma, fluiva nelle colonne de Il Giorno o colava nelle pagine del Guerin Sportivo: ma, in fondo, era tutta cronaca, legata ad eventi annuali come i campionati e le Coppe europee.

Ma il Mondiale no: la coppa Rimet – che dal 1974 in poi assunse le sembianze dell’attuale coppa Fifa – era un qualcosa che poteva cambiare il corso della storia – calcistica e non – di un’intera nazione. E Brera ne era un cantore, non più il cronista. Basti pensare che gli inglesi, consensu omnium gl’inventori del gioco, dovettero attendere il 1966 per vincerne una e per giunta a casa propria. Non senza ombre – vedi il gol/non gol di Hurst che decise la finale – ma i Leoni di Sua Maestà erano davvero la squadra migliore. E pensare che il giocatore più talentuoso del loro campionato,George Best, era indisponibile perché…nord-irlandese, seppur di stanza al Manchester United.

Proprio in quel mondiale, la squadra azzurra andò incontro alla peggiore disfatta della sua storia, perdendo con la Corea del Nord la partita decisiva per il superamento del girone eliminatorio. Brera racconta che a quella debacle contribuirono sia le scelte sbagliate del ct Fabbri nel gestire il gruppo – un certo Luigi Riva fu aggregato alla squadra ma mai utilizzato! - che l’errata valutazione degli avversari asiatici, che poi così mediocri non dovevano essere. Dopo quella figuraccia, comunque, il calcio italiano, già all’epoca malato di grandeur e conti in rosso, venne riportato de lege in una dimensione di pura austerity e molto provinciale: chiusura totale delle frontiere, ovvero basta con gli “stranieri” ad eccezione di quelli che in Italia c’erano già. Tale ‘cura’ farà sentire i suoi effetti benefici già due anni dopo.

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